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L’ultimo spetto

Epilogo
Ho pensato che magari analizzare un altro personaggio della classe non sarebbe stata una grande mossa a questo punto dell’anno. Mi sono convinto che bisognasse lasciare il liceo con un articolo strappalacrime in cui confesso che ho paura del futuro e che i miei compagni di classe mi mancheranno da morire. Ero certo di riuscire a compiere finalmente un bel gesto altruista e gentile.
Poi però ho visto il mio volto riflesso nello schermo dell’iPad e ho iniziato a ridere. Ridere forte.
Ecco quindi a voi l’ultimo spetto. Vorrei porre all’attenzione dei discreti lettori che il seguente articolo ha come unico scopo quello di suscitare una risata, non un ghigno, un sorriso, non uno sguardo truce.

L’ultimo spetto
Io sono spetto? No, tu sei spetto! Non fare lo spetto!
Finito di ridere mi è sorto un dubbio: chi?
Io? Già fatto. L.? Pure. M.? Non spariamo sulla croce rossa. S.? Troppo bello.
Ma chi? Chi resta di noi? S.? Lui ha già dato!
Diciannove studenti e nemmeno un’idea! Sono un giornalista finito dopo nemmeno dopo quattro articoli!
Ho subito la censura alla mia seconda pubblicazione e sono stato criticato dopo tre mesi di lavoro.
Ah, se solo potessi scrivere disinteressato, senza bisogno che gli altri leggano i miei articoli. Se solo vivessi della riconoscenza che ottengo da me stesso e non da una pacca sulla spalla della mano di mio padre! Se solo fossi un po’ più kantiano sotto questo punto di vista, non sarei marcio.
Diciannove studenti, nemmeno un’idea… Bah, a dire la verità, ho sempre da ridire su tutto e tutti ma non credo che potrei riempire una pagina parlando esclusivamente di R. o M..
La mia risata era ormai un lontano ricordo, ero pronto a cancellare tutto e iniziare a tessere le lodi dei miei adorati, bellissimi, bravissimi e gentilissimi compagni. Avevo quasi toccato il fondo (per la seconda volta in 15 minuti…).
Ho provato a temporeggiare: ho aperto il quaderno rosa di filosofia e ho letto “questo tavolo non sa che sono viva gioia” cit M. C..
Ah. Adesso ci divertiamo.
Siamo bassi moralmente? E allora scaviamo più a fondo, signori.
Ho un ricordo indelebile di M. che entra in classe, si appoggia con una gamba alla cattedra,  l’altra a penzoloni, mani  che reggono un foglietto e dice: “oggi iniziamo a parlare di un argomento particolare, cominciamo infatti a trattare la guerra dei cent’anni.”
Oh che bei ricordi! La storia di terza, il basso medioevo, ma soprattutto la filosofia di terza! Talete, Anassimandro, Anassimene, i sofisti e poi i tre grandi: Socrate, Platone e Aristotele. Che nomi, che nomi.
Quello che ho sempre apprezzato di lei (mi riferisco a “lei”, tanto so che sta leggendo) è che qualsiasi sia stato il filosofo da spiegare, abbia sempre tentato di difenderlo. Non per “accademicità” (si, è un mio neologismo, D’Annunzio può quindi posso pure io) o per instillarci delle nozioni in testa: sono fermamente convinto che lei abbia tentato di metterci nei panni dell’intellettuale in questione per comprendere un punto di vista. In fin dei conti, ho capito che la filosofia è un insieme di diversi punti di vista. Insomma, ci hanno provato in tanti, ma alla fine siamo ancora qua… Vero?
Sono stati sicuramente tre anni discreti in cui abbiamo avuto i nostri alti, cioè i nostri 7, e bassi.
A dirle la verità, alla fine della quarta ero convinto di aver risolto il puzzle, ero certo di aver finito il cubo di rubrik dopo le ultime due verifiche, anzi ero arrivato al punto di dire tra me è me “massì, la C. non è stretta!”…ma lei è molto brava…più di Spinoza… Forse più di noi (non di me ovviamente).
Avevo quasi trovato il sacro graal, anzi, ci stavo versando il Dom Perignon, poi però sono arrivate loro: le terze prove.
Se solo riuscissi a capire come darle una risposta da dieci, dormirei meglio la notte. Non si preoccupi, mi sono quasi messo l’animo in pace: non siamo da dieci; però queste famose “risposte tipo” non le abbiamo ancora viste! Io le aspetto.
Parliamoci chiaro: per la verifica su Feuerbach e Marx, io avevo imparato a memoria il paragrafo del Geymonat intitolato “dio in Feuerbach”. Una risposta lineare concisa ed efficace. Me la ricordo ancora: applicando la metodologia materialista alla religione, bla bla bla… 8-.
Otto meno?
Ah! che sfigato Geymonat: laureato in filosofia prende otto… meno!
La prossima volta faccio da solo che ci metto di meno e magari prendo di più!
A questo punto dell’anno non pretendiamo di superare la nostra discretaggine (sì, un altro neologismo) però non vogliamo smettere di sperare che all’esame sarà diverso. Ogni tanto ce lo diciamo tra di noi: “massì, all’esame mica mi mette sette meno!”,”Cosa le cambia darmi 14?”
Ci illudiamo troppo?
Secondo me no. Infatti se c’è una cosa che ho capito grazie filosofia è che la speranza è l’ultima a morire (anche se alla fine muore lo stesso).
Dico questo perché ogni volta che iniziavamo a trattare un filosofo diverso speravo fosse quello giusto, quello con le risposte, quello bravo.
La prima lezione andava sempre liscia, pensavo “ragionevole, ha senso, si può fare…”.
Nel giro di due ore però, tutti i vari Hegel, Kant e amici hanno suscitato dubbi irrisolti, dimostrato qualcosa di troppo, oppure erano semplicemente insopportabili.
Uno di loro ha fatto eccezione, il mio preferito: Nietzsche.
Nietzsche ci è andato molto vicino, molto, ma anche lui è riuscito a disilludermi.
Con la sfiga che ho, stai a vedere che è Popper quello che la conta giusta.
O lui o quel filosofo della scienza che è venuto a scuola e si è messo a parlare della Rai e della Ferilli che prende più ascolti di lui il sabato sera.
Per quanto la filosofia mi insegni a sperare, la storia continua a dirmi che ‘sta terza prova all’esame mi costerà caro. Mi piace pensare che riusciremo a stupirla, magari andando malissimo, l’importante è che rimanga a bocca aperta.

Qualsiasi cosa accada le chiedo scusa per il mio basso livello morale, ma le ricordo anche che, all’esame, non vogliamo spetti.

Un affettuoso saluto
(Futuro) Professor P.

Tratto dalla
Gazzetta Ufficiale
della Classe Quintabbì
(LSS L. Da Vinci – Milano)