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J’accuse…!

Lettera di P. M.


Nobilissimi colleghi,
Signori del Consiglio,
permettetemi, grato delle benevoli accoglienze che prodighi mi avete concesso, di preoccuparmi della vostra giusta gloria, da troppi anni gravemente minacciata dalla più offensiva ed inqualificabile delle macchie.
Avete vissuto tranquilli, siete usciti sani e salvi da grosse calunnie. Apparite raggianti nell’apoteosi del termine di questo insigne anno scolastico, e vi preparate a presiedere al trionfo solenne della nostra Maturità, che coronerà il nostro grande quinquennio di lavoro, di libertà e di verità.

Ma quale macchia di fango sui vostri nomi! Due anni or sono dalla proscrizione del Professor P. F., accolta ignorando la verità e qualsiasi ingiustizia.
La Quintabbì ha sulla guancia questa macchia: la storia scriverà che sotto i Vostri occhi è stato possibile commettere questo crimine sociale. È poiché è stato osato, oserò anch’io. La verità la dirò io, poiché ho promesso di dirla, giacché la giustizia, osservata, non la proclamò interamente. Il mio dovere è di parlare; non voglio essere complice, perché tacere significherebbe esserlo.
Le mie notti sarebbero abitate dallo spirito dell’uomo innocente che espia laggiù, nella più spaventosa delle torture, un crimine che non ha mai commesso. Ed è a voi, signori miei, che io griderò questa verità, con tutta la forza della mia rivolta di uomo onesto.
In nome del vostro onore, sono convinto che la ignoriate.
Per prima cosa, la verità sul conto del Professor F.. Questi, uomo rispettabile e spirito incorrotto, ebbe unica colpa quella di essere stato troppo chiaro e troppo prodigo. Nessun altro, infatti, all’infuor di lui, ebbe tanto coraggio da sorvolare sugli aspetti sterili della sua materia. Nessun altro, all’infuor di lui, ebbe tanto coraggio da ammettere che i suoi scolari dessero il meglio proficuamente consultando e consultandosi durante le prove. Nessun altro all’infuor di lui ebbe tanto coraggio da darmi 8 in fisica, e nessun altro, all’infuor di lui, ebbe tanto talento da farmela capire. Ma a nessuno ciò è sembrato importare.
Immemori delle esperienze passate, infatti, in troppi si sono dimostrati avversi ad una strategia di insegnamento efficace, giustamente fondata sul minimo sforzo, come se questa non fosse ciò che ogni studente, anche il più integro, dovrebbe desiderare, come se quelli desiderassero tornare agli scritti con crocetta e motivazione della Professoressa Righi, contro cui mi schiero con aperta violenza, e alla sua abilità di renderci incomprensibile persino la teoria della misura.
Accuso M. F. e I. F.! Voi che avete avuto l’insano coraggio di mettere in discussione una fra le più integre autorità, spingendovi oltre, laddove anche il più titolato non avrebbe osato. E con voi accuso i più scellerati fra i genitori, che non si sono trattenuti dall’umiliare pubblicamente la dignità di un uomo in quell’assemblea che tutti dovremmo ben ricordare. Ma non sarebbe né giusto né onesto accusare voi soli.
Accuso voi, miei cari colleghi, e voi, Signori del Consiglio: se aveste mosso un solo dito a favore di colui che andava difeso, forse non sarebbe accaduto ciò per cui ora mi dolgo.
Accuso S. D.M., che coraggiosamente definì il Professor F. “un imbecille” durante una pubblica udienza, e accuso F. S., che ancora oggi sostiene di aver diritto a delle scuse per la sua scarsa preparazione.
Accuso parimenti tutti gli altri, fra docenti e scolari, ad eccezione forse del nostro L. P., che assistettero tanto inerti quanto muti alle tristi vicende che portarono il Professor F. a chiedere il trasferimento.
Ma a voi, padri e figli coscritti, c’è qualcosa che voglio ricordare: voi non avete vinto! Avete solo voluto male alla persona sbagliata, senza mettere nessuno nel sacco, come voi credete.
Non ho contro di voi né rancore né odio. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’espressione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione (beh, in realtà tre), quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità.
La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima di cittadino.
CHIEDETE SCUSA AL F.!

 

Tratto dalla
Gazzetta Ufficiale
della Classe Quintabbì
(LSS L. Da Vinci – Milano)